La formazione in AC guarda al bene comune


          In preparazione dell'importante appuntamento dell'Assemblea elettiva diocesana fissata per il 17 febbraio prossimo, che vedrà il rinnovo del Consiglio diocesano, l'Azione Cattolica si sta concentrando in questi mesi sul tema del bene comune in continuità con i lavori della settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi nel mese di ottobre e in continuità con quanto indicato dal centro nazionale dell'A.C. La dinamica democratica che l'Associazione sta vivendo in questi mesi è di grande rilievo perché non è solo, e già basterebbe, un confrontarsi con il senso della responsabilità che si esprime nell'esercizio del diritto al voto, ma anche un modo per sperimentare una sorta di scuola propedeutica al praticare il senso civico e all'essere cittadini che la dimensione "secolare" continuamente sollecita e promuove. Democrazia e solidarietà ben coniugano quindi l'argomento centrale della riflessione che anima le associazioni parrocchiali: promuovere la cultura del bene comune, luogo della testimonianza e della responsabilità personale e comunitaria. Parole a prima vista impegnative, che sono invece quanto mai attuali e soprattutto indispensabili per concretizzare il senso del "sale" e del "lievito" evangelico. Traendo spunto dal "Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa", di cui si auspica una maggiore divulgazione nella nostra Diocesi, nonché sulla base del documento preparatorio della 45° settimana sociale di cui appena sopra, l'A.C. focalizza alcuni punti essenziali in merito al bene comune, a partire dall'idea che una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell'essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo. Il bene comune è indivisibile perché è di tutti, soltanto insieme è possibile raggiungerlo, esso deriva dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso.
          Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo. Una delle implicazioni del bene comune riguarda il principio della destinazione universale dei beni per cui ogni uomo deve avere la possibilità di usufruire del benessere necessario al suo pieno sviluppo, invitando a coltivare una visione dell'economia ispirata a valori morali che permettano di non perdere mai di vista né l'origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un mondo equo e solidale, in cui la formazione della ricchezza possa assumere una funzione positiva. Altra implicazione è la partecipazione, che si esprime, essenzialmente, in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene. La partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune, è uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici, oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia e si può ottenere in tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni. Come già aveva chiarito Aristotele, la vita in comune tra esseri umani è cosa ben diversa dalla mera comunanza del pascolo propria degli animali. Nel pascolo, ogni animale mangia per proprio conto e cerca - se gli riesce - di sottrarre cibo agli altri. Non è questo evidentemente il senso umano del vivere sociale, ispirato dalla fede, che punta invece dichiaratamente ad una reale comunione di vita. In questo senso la tensione verso il bene comune tende a configurarsi come comunione.
          Occorre perciò liberarsi dall'equivoco di intendere il bene comune "solo" come mezzo per il bene proprio, con ciò legittimando una concorrenza generalizzata ed ineluttabile, che confermerebbe la comprensione dell'uomo che è homo homini lupus e dando per scontato che il vivere da uomini su questa terra è tale e non potrà mai essere diversamente. In effetti se guardiamo alla vita politica ci accorgiamo che proprio tale incomprensione grava sulla identificazione dei diritti, che sono generalmente intesi come la ricerca di garanzie che tutelino i beni privati, misconoscendo le correlative esigenze di doveri sociali. Occorre dunque fare i conti con la capacità o l'incapacità di una libera responsabilità. La libertà è capacità di responsabilità quando ha come fine non la ricerca del proprio bene o di quello del proprio gruppo di appartenenza, ma quando si apre ad una prospettiva più ampia di carattere universale. Altrimenti il senso complessivo dell'agire personale e politico non potrà che sortire effetti disgreganti.

A cura di Alessio Valloni - presidente diocesano