LE RAGIONI DI UN TRIENNIO Cittaducale, 5 ottobre 2008
Un caro saluto a tutti voi e un grazie per la vostra presenza. Un particolare saluto e ringraziamento rivolgo a don Ferdinando per averci così generosamente e calorosamente accolto e ospitato, in questa comunità parrocchiale. Siamo oggi convenuti qui per tracciare le linee programmatiche del prossimo triennio e per dare apertura a questo nuovo Anno associativo, a partire dagli orientamenti forniti dal centro nazionale, e per confrontarci sulle linee guida emerse nell’ultimo convegno presidenti e assistenti diocesani e regionali, tenutosi ad Assisi lo scorso mese di settembre, delle quali intendo riferirvi. .
Da più parti mi è stato chiesto perchè Cittaducale? Diverse sono le ragioni, di cui due consentitemi, di simpatia personale. E’ per me, infatti, un po’ come tornare alle origini: in questo palazzo (Dragonetti), quasi equidistante dall’abitazione dove sono nato (via san Francesco 2) e dal luogo dove sono stato battezzato, (nella Chiesa di S.Agostino) una volta dedicato alle attività della gioventù femminile di Azione Cattolica, quando era parroco don Norberto, qui ho mosso i primi passi nella Chiesa di Dio. Qui ho conosciuto la mia prima comunità, la prima famiglia, dove in seguito ho vissuto esperienze di amicizia cristiana significative.
Ci sono poi anche delle ragioni associative che intendo parteciparvi: è anzitutto il segno della volontà del consiglio diocesano di farsi prossimo e annunciatore di una buona novella e di una bella esperienza, quella di AC, nello stile della condivisione e di comunione che abbiamo sperimentato in associazione; vuol dire poi confrontarsi con altre persone, entrare in contatto fruttuoso con altre realtà ecclesiali, favorendo così occasioni di incontro, di reciproca conoscenza e anche di promozione delle nostre attività.
Abbiamo, inoltre, qui, quella che per ora è ancora una speranza, di veder rinascere una nuova esperienza di AC, come mi ha confermato il parroco quando gli ho proposto di aprire qui l’anno associativo.
Infine, sia per Cittaducale che per l’Ac quest’anno è stato un anno importante per ritornare a celebrare le proprie origini, per tornare a scavare per ricercare le proprie radici, 140 anni ha celebrato l’Ac e 700 anni Civitas Ducalis.
Questa breve premessa mi offre lo spunto per invitare ciascuno di noi, profittando di questo momento di ripartenza, a fare uno sforzo per concentrarsi nel ricercare il LUOGO dove abbiamo vissuto e/o intendiamo vivere la radicalità del vangelo, il TEMPO, che è quello presente, e costituisce per noi il tempo della speranza di Dio, perché ogni tempo nuovo ci offre l’occasione di rinascere, in qualche modo, di aprire la strada per il futuro, senza per questo chiudere con il passato. Questo tempo ci consente di ripartire con nuovo slancio, nuove forze e nuove idee, pur conservando l’assoluta dedizione all’amore di Dio, alla Chiesa, ai fratelli, che da sempre ci ispira e ci anima.
Ma ripartire non vuol dire ricominciare da zero.
Abbiamo parlato di RADICI, in questo nuovo percorso intrapreso vogliamo seguire le tracce di quanti sono venuti prima di noi (colgo l’occasione per salutare Licia, Alessio ed i sacerdoti assistenti) che ci hanno fornito, oserei dire hanno piantato dei cartelli indicatori dei quali seguiamo la scia.
Ci proponiamo di muovere i primi passi, infatti, ripartendo dalle orme segnate nei 140 anni di storia di AC, dall’identità propria dell’associazione, dai documenti assembleari stilati ai vari livelli, dai luminosi esempi di santi e beati che fanno corona al nostro album di famiglia e che dall’alto ci osservano e costituiscono per noi modelli di vita e fonte d’ispirazione.
Desideriamo ricominciare poi, in pieno spirito di fraternità, che segna non soltanto la volontà di sostenere ciascuno i pesi degli altri, ma che ci fa travalicare, in senso trasversale, i settori, le parrocchie, i movimenti e le aggregazioni laicali e le varie esperienze ecclesiali, proiettandoci e predisponendoci, a vivere l’universalità della proposta di Cristo.
Infine, intendiamo ripartire con gioia, un atteggiamento che sempre di più deve qualificare sia le relazioni tra di noi, sia il nostro servizio.
Relazioni e servizio educativo improntati ad un clima cordiale, caldo, aperto e significativo, perché il mondo, sempre più incredulo, possa credere anche attraverso il nostro stile e la nostra amicizia.
Il mondo, quello d’oggi, che crede piuttosto che la salvezza derivi dal progresso, che predica l’autosufficienza, ma proprio per questo sempre di più si chiude, anziché aprirsi, manifestando paura, si raggomitola in cerca di sicurezza.
Una paura artificiale, però, auto indotta, legata alla perdita della propria posizione di vantaggio. Una paura costituita sulla incapacità di condivisione e che nulla a che vedere con quella invece “naturale”, di morire a causa delle guerre, della fame, della malattia. (Caso Gioacchino)
Eppure in questo mondo si manifesta una alta domanda di religiosità.
Anche se su questo punto è necessario fare una precisazione: chi di noi, magari questa estate, non ha visitato un santuario? Ogni volta che l’ho fatto li ho trovati pieni di gente, anche chi non crede và….anche solo per curiosità, oppure per chiedere una grazia, forse nell’attesa di un miracolo…o di un evento straordinario.
C’è però da porsi una domanda: chi tra queste persone, me compreso, è veramente disposto a fare la volontà di Dio? Chi si fida realmente di lui? Chi a lui si affida come un bambino alla mamma o al papà ed è disposto a fare ciò che lui gli chiede?
Il rischio è quello di scambiare la ricerca di Dio con il desiderio di raggiungere un luogo sicuro, anzi rassicurante, consolatorio …. miracoloso.
Si tratta allora di decidersi se approfondire la relazione con Lui, mettere in pratica la sua parola, unica che apre la porta del cielo, farsi esempio con la vita per presentare Gesù, il suo messaggio, dimostrando che quello che Lui ci chiede è possibile, così come è possibile aprire nuove strade di santità evangelica, oppure, rassegnarsi semplicemente ad invocare il suo nome e dire “Signore, Signore”.
Ecco allora le linee guida “Chiamati ad essere santi insieme” fornite dal centro nazionale e fatte nostre nell’omonimo documento, che fissa gli ambiti per così dire ‘missionari’ nei quali concentrare l’attenzione per il prossimo triennio, riferimenti essenziali dai quali ripartire per trasformare la vita, nella direzione della santità.
La SANTITA’ diventa dunque l’obiettivo primario, irrinunciabile, che oltre ad essere desiderio comune a tutti i credenti, costituisce per i laici di AC una duplice provocazione:
Il 13 luglio ci chiedevamo se tra di noi ci fosse qualche santo, per poi constatare che chiamarsi cristiani o dirsi santi, in fondo, è equivalente.
La XIII Assemblea Nazionale “Cittadini degni del Vangelo. Ministri della sapienza cristiana” ha ribadito da un lato l’esigenza di riaffermare il primato di Dio e della fede nella vita personale e nell’azione pastorale, che devono puntare in maniera più decisa all’incontro personale con LUI e, dall’altro, come faccia della stessa medaglia, l’impegno e la responsabilità della testimonianza, dentro la storia.
La parola chiave di questi orientamenti che ci siamo dati è SINTESI, anzitutto tra questi due momenti appena descritti, da distinguere sì, ma al contempo da non separare.
“Chiamati ad essere santi insieme” lo slogan tratto dalla 1a lettera ai Corinzi.
San Paolo si rivolge in questi termini alla comunità di Corinto, porto e crocevia importante per i traffici ed il transito di persone, una grande città che all’epoca (50 d.c.) contava quasi 500.000 abitanti, di ritorno da Atene, dopo aver incontrato gli intellettuali e lo fa per comunicare l’essenziale.
LETTURA: “Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. “
Tre gli elementi che mi piace sottolineare:
Anzitutto l’essere CHIAMATI: una istanza rivolta al plurale, che ci interpella personalmente, che parte da Dio, ma che si apre ad una dimensione universale, perché rivolta a tutti, che richiede di essere propagata, rendendoci responsabili a farci portavoce di questa chiamata anche nei confronti di altri.
AD ESSERE SANTI: il presidente nazionale, Franco Miano, all’ultimo incontro nazionale tenutosi ad assisi lo scorso mese di settembre parlando di santità ha usato questa espressione “…o è un fuoco o non è”.
Allora l’invito rivolto a tutti è quello di cercare, ciascuno secondo le proprie possibilità e condizioni di vita, cercare oggi di adempiere alla Sua volontà, di andare là dove non abbiamo ancora pensato; decidersi di aprire per rispondere a chi sta sulla soglia del cuore e bussa; seguire quella novità, che è nella chiamata, con sorpresa; essere santi è atto della volontà, oltre che dono dello Spirito. “Voglio farmi santo” diceva Giuseppe Toniolo. Vuol dire farsi testimone forte, radicale, efficace, un testimone che trae la propria forza da una convinzione profonda, vissuta, che proprio perché vissuta aiuta a compiere le scelte future. Cercare la santità significa preoccuparsi di costruire relazioni fraterne belle, di continuare a disegnare generosamente la trama del progetto di Dio, in questa storia, in questa vita, dalla parte del rovescio, per rendere ancor più meraviglioso il dritto di quel disegno.
Infine INSIEME: la santità non riguarda solo l’aspetto personale, è una dimensione che coinvolge come in una cordata di montagna noi e Dio, noi e gli altri. Mi piace ricordare le parole di don Tonino Bello. “Siate uomini fino in cima”. Insieme si sale verso la vetta, in modo lento, graduale, progressivo, ma stabile. Ma in questa ascesa nessuno si salva da solo. Se uno non tira sù anche l’altro, tutti cadono, a meno che uno non ‘tagli la corda’, ma come la prenderemmo se fossimo l’ultimo della cordata, oppure se a tagliare quella corda fosse Dio, che precede tutti noi?
L’AC, è bene ribadirlo, non è una associazione monastica, di eremiti, essa propone, dunque, non solo un processo personale di appropriazione della fede, ma anche un modello ecclesiale di vita di fede, nel quale sà coinvolgere tutte le generazioni (ragazzi - giovani – adulti), di tutte le condizioni economico sociali, che mette insieme le persone di ogni stato, rivolgendosi in via diretta ai laici, ma mettendoli in relazione, anzi in diretta collaborazione, con i sacerdoti, accanto ai religiosi/e, permeando di questo spirito evangelico le varie realtà del mondo.
Lo sforzo principale è, dunque, quello di comunicare, a quanti più ci riesce possibile, la nostra idea di Chiesa, dell’amore che abbiamo per essa, dell’amore che proviamo anche per le sue povertà e per le sue contraddizioni, perché è la Chiesa di Gesù.
E soprattutto questo è il tempo in cui dobbiamo difenderla quando è sottoposta a critica negativa e, nonostante a volte possiamo noi stessi pensare di trovarla un po’ stanca, un po’ vecchia, gli vogliamo bene lo stesso e faremo ogni sforzo per conservarla nell’unità.
L’AC poi è una associazione capace di contattare e interagire con tutti, indistintamente, con tutti gli uomini di buona volontà, non rassegnandosi ad una idea di associazione fatta solo per una ristretta cerchia di ‘specialisti’, che si riconoscono e stanno bene tra loro soli, perché appartenenti ad una stessa identità, che li protegge come chiusi in un fortino. Bisogna per questo riscoprire la nostra radice popolare. E’ una esperienza che va allargata, e non è una questione di numeri, né di luoghi dove comunicare la fede, ma l’associazione ha bisogno di ripartire dai luoghi di frontiera, dalle campagne se necessario, dai luoghi di lavoro e di studio, con un dialogo costruttivo, generoso e paziente, che passa attraverso la complessità sociale della multiforme realtà e, consentitemi, dalla valorizzazione di ogni tipo di vocazione, perché tutte le vocazioni disseminate sulla strada del Vangelo vanno bene. E’ necessario consolidare ogni posizione, da quella di prete, di mamma, di studioso, ma anche quella di medico di lavoratore o di religioso… va bene perché ciascuno possa essere, con professionalità, di qualche utilità al povero.
Andiamo ora ad analizzare, anche se in modo necessariamente sommario e per questo mi scuso in anticipo, quelli che sono stati gli orientamenti forniti dal centro nazionale per questo triennio, ma che comunque vi invito a leggere con attenzione, e dai quali traggono le mosse le “forme della missione”, per usare lo stesso linguaggio, racchiuse in quelli diocesani che dopo verranno presentati.
Essi pongono al centro del dibattito tre obiettivi primari:
FAR CRESCERE E MATURARE LA FEDE. Riteniamo che non debba essere data per scontata né la formazione dei responsabili né quella degli aderenti.
Non basta proporre dunque l’esistente come se fosse scontato, ad esempio, che tutti conoscano il magistero sociale della Chiesa. Occorre, invece, trovare modalità nuove per rispondere alle domande di senso, prestare attenzione al territorio, con particolare interesse per l’aspetto socio politico e proporre cammini formativi più qualificati ed esigenti.
SUSCITARE PERCORSI DI RICERCA E RISCOPERTA DELLA FEDE. Poiché dall’analisi fatta è emerso che le iniziative isolate non pagano e che sempre più ci si trova di fronte alla necessità di dover annunciare nuovamente Gesù Cristo e il suo Vangelo, a chi non lo conosce o a chi ha dimenticato il suo messaggio, (sarebbe interessante interrogarsi sulle cause, magari lo faremo in altra sede), riteniamo sia utile strutturare gli incontri in luoghi significativi e con modalità che puntino ad invocare il dono della fede, a formare educatori/animatori come persone capaci di accompagnare altri, a recuperare l’interiorità per ascoltare Dio e fargli spazio. Occorre affrontare, poi, il problema culturale, aiutando le persone a porsi delle domande, facendo attenzione all’uomo ed alle sue fragilità, valorizzando la famiglia come luogo di riscoperta della fede, usando il discernimento comunitario, come strumento che con originalità e gradualità aiuti a crescere.
Ecco allora la proposta di incontri spirituali, l’invito a fare buon uso del sussidio personale e la promozione della stampa associativa e degli altri sussidi, libri anche ad altri, convinti che possano veicolare questo annuncio.
PROMOZIONE DEL BENE COMUNE. Bisogna subito chiarire che una cosa è il bene (che tende alla perfezione), altro è il benessere (che punta invece all’appagamento dei desideri). Per noi di AC promuovere il bene comune vuol dire percorre, in misura sempre maggiore e più qualificata, le strade che per tradizione siamo abituati già a praticare, che sono poi le strade della gente di questo tempo e di questo territorio. Essere capaci di presenza nel territorio, suscitando interesse e passione per i temi che più stanno a cuore alla nostra gente: il lavoro, l’ambiente, la sicurezza, ecc., con lo stile democratico, capace di far superare e che ci insegna a gestire i conflitti, con l’attenzione primaria alla centralità della persona ed ai suoi bisogni. Questo richiede un maggiore investimento in termini di attenzione per le istanze della piazza, di studio, di competenza, di impegno, di presenza, per saper entrare nel dibattito esterno, sui media, nelle associazioni di secondo livello, anche rischiando di rimetterci la faccia.
In fondo anche Maria per rispondere al disegno di Dio ha rischiato di essere lapidata.
Per raggiungere questi obiettivi è necessario realizzare due pre-condizioni:
La CURA DELLA FORMAZIONE anzitutto. In una fase in cui l’educazione è elemento centrale sia per lo sviluppo della Chiesa che della società, l’Azione Cattolica intende rinnovare la cura per la dimensione educativa.
Lo fa guardando in maniera decisiva alla formazione dei formatori, sia come dimensione personale, sia nell’ordinarietà del loro servizio. La riscoperta del ruolo educativo, che non è solo quella degli animatori e degli educatori dei gruppi, oppure quella dei responsabili associativi in genere, ma coinvolge tutti, perché tutti sono invitati a riappropriarsi della responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni, specie da parte dei genitori e degli adulti. In questa prospettiva è opportuno superare la tentazione di rincorrere l’urgenza, magari pensando, a livello diocesano, di creare un “laboratorio della formazione”.
Abbiamo, inoltre, ritenuto di fare proposte differenziate di avvio dei cammini formativi, sia all’interno che all’esterno, per andare incontro alle esigenze di tutti senza, per questo, annacquare la proposta o il messaggio, al servizio dell’educazione e formazione globale della persona e della pace.
La seconda condizione consiste nella CURA DEL LEGAME ASSOCIATIVO. Due i verbi di riferimento ascoltare/incontrare. Ci impegnamo come consiglio diocesano, ma è un impegno che volentieri vorremmo condividere con tutti voi, in maniera comunitaria, a trovare un modo efficace per fare incontrare le persone con il Signore, affinché passino dalla partecipazione alla appartenenza a Lui, perché l’associazione ed il servizio sono belli se nascono dall’incontro con Lui e con i fratelli. Vi invitiamo a ritrovare dunque il gusto e l’entusiasmo del nostro vivere in associazione, per comunicarlo anche ad altri. Non è una questione di numeri, ripeto, né di efficientismo programmatico, ma il bello dell’AC nasce esclusivamente dall’incontro con LUI. Ecco allora che diventa bello anche proporre un percorso stabile fatto all’interno dell’Associazione, negli incontri di gruppo, di preghiera, ma anche il gusto e la gioia di far parte delle equipe, di assumere responsabilità all’interno del consiglio, …. di rendersi disponibile per la presidenza. Diventa bello anche mettere in rete le iniziative, progettare insieme occasioni di incontro, di confronto, di reciproco ascolto e sostegno, anche con persone che non appartengono all’Azione Cattolica. Siate dunque contagiosi, capaci di empatia con le persone che incontriamo agli incroci del quartiere, sfruttate i molti mezzi che abbiamo, dal telefono a internet. Sappiate trafficare un po’ di più le nostre sedi, a cominciare da quella diocesana, il sito web, frontiera, eccetera. Questo tipo di comunicazione, di rete comunicativa delle esperienze meglio, è il miglior modo per creare il legame associativo e và, perciò, riproposto ad ogni livello. Và comunicato che insieme si cresce nella fede, a guisa di corpo organico, così come ci ricorda in premessa lo statuto.
E’ oltremodo necessario, poi saper costruire relazioni semplici e cordiali con i nostri sacerdoti.
A questo riguardo approfitto per comunicare che i membri del consiglio diocesano, o della presidenza, hanno in animo e in programma di incontrare tutti i consigli parrocchiali ed i parroci, ed inoltre di promuovere l’AC in tutte le vicarie.
Se quanto detto è condiviso anche da voi, allora, mettiamoci in marcia facciamo sintesi tra tutte queste idee e questi ambiti, dai ragazzi al mondo adulto, passando per il disagio giovanile, dalla famiglia alla società, dall’economia alla cultura, dalla chiesa al quartiere, dalla vita esteriore alla dimensione spirituale, dentro la storia.
E’ impresa sicuramente difficile, ce ne rendiamo conto, ma se sapremo trasformare le nostre giornate e renderle complete - come diceva Frere Roger “Una giornata è completa quando è in piccolo come una vita intera”- avremo aggiunto, almeno in piccola parte, per la responsabilità che ci è data, un piccolo contributo allo sviluppo, nel senso del bene che ci siamo detti, di questa Chiesa e di questa società.
Auguro, all’Azione Cattolica di Rieti, di sapere annunciare il vangelo e dimostrare un apostolato simile al fuoco descritto da San Francesco nel Cantico delle Creature “et ello est bello, iocundo, robustoso et forte”, perché come ricordato dall’Acr se un fuoco vivo si accende in noi, da questo nasce anche una immensa felicità.
Marco Colantoni- Presidente diocesano di Azione Cattolica.
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